In generale, anni fa i gruppi giovani erano molto più numerosi nelle chiese e c’era un forte senso di appartenenza; oggi qual è la situazione delle chiese in Italia e in che modo stanno cambiando i gruppi giovani?
Affermare che anni fa i nostri gruppi giovanili fossero più numerosi non è il frutto di una nostalgia selettiva, ma la fotografia di una realtà confermata dai dati. Se incrociamo dei dati statistici a nostra disposizione emerge una chiara contrazione strutturale. Stiamo assistendo al passaggio da un’appartenenza “ereditaria” e scontata a una presenza decisamente più frammentata.
Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Innanzitutto c’è un dato oggettivo: l’Italia sta attraversando un “inverno” demografico senza precedenti. Si fanno meno figli e questo calo si riflette inevitabilmente anche nelle nostre comunità, dove il numero di bambini che crescono in un contesto di chiesa è drasticamente ridotto.
Al di là della demografia, i giovani sono lo specchio della società in cui vivono e risentono delle stesse sfide che la chiesa affronta oggi in tutto l’Occidente.
Possiamo individuare tre macro-aree di crisi:
- Il superamento della morale cristiana. Quei valori etici che l’Occidente ha ereditato dal cristianesimo oggi sono spesso dimenticati, annacquati o persino ribaltati e percepiti come “disvalori”. Dal punto di vista morale, la Chiesa sta attraversando uno dei periodi più complessi della sua storia recente.
- La distrazione del benessere. Viviamo immersi in un benessere materiale che anestetizza il bisogno di assoluto e allontana dalle questioni spirituali. La nostra è una società orientata al divertimento e all’evasione, dove l’intrattenimento è diventato il vero mantra generazionale.
- Il primato della licenziosità. La cultura circostante esalta lo slogan del “sii te stesso” e del “segui il tuo cuore”. Questa mentalità, spesso in modo sottile, penetra anche tra i banchi delle nostre chiese, spingendoci a fare resistenza interiore davanti a una teologia radicale come quella del “morire a se stessi”.
Se queste sfide colpiscono l’intera comunità dei credenti, l’impatto sui più giovani è amplificato da tre fattori specifici:
- La vulnerabilità biologica ed emotiva. La giovinezza è per natura la stagione delle passioni forti e dell’istinto. Trovarsi immersi in un mondo che legittima e stimola ogni impulso rende la battaglia quotidiana per la santità un’autentica impresa controcorrente.
- Il magnetismo del virtuale e del tempo libero. Avendo meno responsabilità familiari o professionali rispetto agli adulti, i ragazzi rischiano di farsi assorbire totalmente dalle dinamiche ludiche e virtuali. Gli smartphone offrono gratificazioni istantanee che svuotano il tempo e l’interesse per la vita comunitaria.
- L’assenza di un paragone storico. A differenza dei loro genitori, i ragazzi di oggi non hanno conosciuto un’Italia diversa. Non percepiscono l’attuale deriva culturale come un cambiamento, perché ci sono nati dentro. Senza questi “anticorpi storici”, sono biologicamente più esposti a questa mentalità.
Di conseguenza, i gruppi giovanili stanno cambiando profondamente: non sono più i centri naturali del divertimento e della socializzazione dei ragazzi evangelici, ma si stanno trasformando in vere e proprie trincee spirituali. Esistono però anche motivi legati alla vita della chiesa locale e alle responsabilità delle famiglie, che approfondiremo nelle prossime domande.
Il senso di appartenenza al gruppo giovani della chiesa come influisce sul percorso spirituale dei ragazzi?
Per rispondere correttamente a questa domanda, dobbiamo fare una distinzione fondamentale: dobbiamo scindere la situazione del giovane che ha già fatto una scelta personale di fede da quella del ragazzo che frequenta la chiesa solo perché ci è nato, ma non ha ancora preso una decisione intima per il Signore. Il senso di appartenenza si declina in modo diverso per queste due categorie.
A) Per il giovane credente. Se guardiamo alla Scrittura, la Bibbia non menziona esplicitamente un “gruppo giovani”, ma parla costantemente di appartenenza al corpo di Cristo. L’apostolo Paolo ci ricorda che “voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua” (1 Co 12:27) e che “siamo un solo corpo in Cristo e, individualmente, membra gli uni degli altri” (Ro 12:5). Per un giovane convertito, quindi, il gruppo non è un qualcosa di fine a se stesso, ma la naturale espressione generazionale della sua appartenenza alla famiglia di Dio. Proprio come in una grande famiglia un ragazzo si sente legato a tutti i parenti ma stringe legami più stretti con i cugini coetanei, così avviene nella Chiesa. Sentirsi parte del gruppo permette di:
- Condividere la stessa stagione di vita e trovare uno spazio sicuro in cui confrontarsi su sfide e paure tipiche della propria età.
- Crescere nell’edificazione reciproca e vivere la fede non in modo isolato, ma camminando insieme a coetanei che corrono verso la stessa meta spirituale.
B) Per il giovane non ancora convertito. Diverso è il discorso per il ragazzo che frequenta la comunità solo per abitudine familiare. In questo caso non possiamo ancora parlare di un’appartenenza spirituale a Cristo, ma entra in gioco una forte componente psicologica e sociologica. A questa età, il bisogno di identificarsi in un gruppo è vitale. È qui che i genitori e la comunità devono favorire il legame con il gruppo giovani, per due motivi essenziali:
- Il fattore di protezione (l’alternativa al mondo). I giovani cercano per natura un luogo a cui appartenere. Se non trovano accoglienza e amicizia all’interno della comunità, le cercheranno inevitabilmente fuori, esponendosi alle ideologie e ai pericoli morali della società odierna.
- Il fattore di esposizione all’Evangelo. Creare un forte legame relazionale con il gruppo della chiesa permette al ragazzo di rimanere inserito in un ambiente sano, dove Cristo viene costantemente predicato. L’appartenenza “sociale” diventa così il terreno fertile e il ponte ideale affinché, a suo tempo, possa sbocciare una consapevolezza spirituale.
In sintesi, per chi ha già creduto l’appartenenza al gruppo è l’espressione pratica del suo essere parte del Corpo di Cristo; per chi è ancora in cammino, è un “grembo relazionale” sicuro che lo protegge dal mondo e lo mantiene vicino alla presenza di Dio.
Cosa si potrebbe fare di pratico come genitori per stimolare questa appartenenza?
Prima di indicare delle azioni pratiche, sono necessarie due brevi premesse:
- Il ruolo del genitore è più decisivo di quello dei responsabili di chiesa. Spesso si assiste al tentativo di addossare la colpa dell’allontanamento dei figli alle guide della chiesa, ma dobbiamo riconoscere che, per tempo e ruolo, siamo noi genitori a incidere maggiormente sulla loro formazione.
- Dobbiamo ricordare la distinzione tra figli già convertiti e figli cresciuti in chiesa, in quanto l’appartenenza al gruppo è una conseguenza della fede per i primi e un ponte protettivo verso Cristo per i secondi.
Fatto questo quadro, il compito del genitore non è forzare un sentimento, ma creare l’ambiente ideale affinché questo legame possa nascere e fortificarsi, agendo su tre livelli:
- L’autenticità. L’appartenenza si trasmette per contagio, non per comando. I giovani hanno un radar infallibile per l’incoerenza. Un genitore non può chiedere a un figlio di amare la chiesa se il ragazzo, tra le mura domestiche, non vede i genitori amare Cristo e la comunità. La fede si coltiva prima di tutto in casa, attraverso momenti semplici ma costanti di preghiera e lettura della Parola insieme.
- L’esempio vissuto. Se un giovane vede che i genitori vivono l’impegno comunitario con gioia, fedeltà e rispetto, sarà naturalmente spinto a desiderare la stessa cosa per sé. Se invece in casa la chiesa viene costantemente criticata o messa in secondo piano, il ragazzo assorbirà un messaggio di indifferenza.
- La priorità. “Dimmi cosa metti al primo posto e ti dirò a chi appartieni”. Se davanti agli impegni della vita (studio, sport, svago) i genitori mettono sempre le attività spirituali all’ultimo posto, stanno insegnando ai figli che la comunità è un optional. Stimolare l’appartenenza significa aiutare i figli a organizzare il proprio tempo dando la giusta priorità agli incontri dei giovani e della chiesa.
Accanto a questi principi spirituali, c’è una dimensione strettamente pragmatica: l‘appartenenza si nutre di tempo e di ricordi. Non si può appartenere a un gruppo che si vede appena un’ora a settimana. I genitori devono facilitare la partecipazione dei figli non solo al culto domenicale, ma a tutte le attività straordinarie (campi estivi, ritiri, uscite, momenti di servizio) in cui si passa del tempo insieme. Più i ragazzi condividono esperienze, sfide e risate, più si forgiano quelle amicizie profonde nel Signore che diventeranno una rete di protezione per la loro vita.
Su questo punto vorrei fare una deviazione importante. La genitorialità oggi è minata da due pericoli seri:
- Il mito del “genitore-amico”. Spesso i genitori, per evitare lo scontro o per una malintesa idea di libertà, abdicano al proprio ruolo educativo. Pensano che la scelta di un ragazzo di 13 o 14 anni di frequentare o meno la chiesa debba essere lasciata interamente a lui. Ma esercitare l’autorevolezza è un dovere sacro. Un genitore si impone affinché il figlio vada a scuola o mangi in modo sano, perché ha a cuore il suo futuro e la sua salute fisica. Allo stesso modo, un genitore cristiano ha il dovere di guidare con fermezza il figlio affinché frequenti l’ambiente della chiesa. Non si tratta di forzare una conversione, che resta un’opera sovrana dello Spirito Santo, ma di stabilire con fermezza i confini entro cui la famiglia si muove. Permettere a un adolescente di decidere autonomamente su questo punto significa trasmettergli il messaggio che la vita spirituale sia meno importante della scuola o dello sport. Finché i figli sono sotto il nostro tetto, abbiamo la responsabilità di esporli costantemente alla grazia di Dio. Questa non è imposizione, è protezione paterna e materna.
- Figli, idoli perfetti. Accanto al crollo dell’autorità, c’è una seconda e ancora più sottile criticità che i genitori devono affrontare: l’idolatria dei figli. La famiglia è oggi uno dei terreni più fertili per lo sviluppo di questa forma d’idolatria e lo è per due ragioni precise. In primo luogo, l’amore per un figlio supera per intensità quasi ogni altro affetto umano. In secondo luogo, poiché siamo biblicamente chiamati ad amare i nostri figli, diventa difficilissimo cogliere il confine oltre il quale l’amore giusto e sano si trasforma in un attaccamento disfunzionale e idolatrico. Per comprendere se abbiamo superato questo limite, dobbiamo chiederci: l’amore che provo per mio figlio e il giudizio che esprimo su di lui, sono in armonia con la Parola di Dio? Questo sbilanciamento si manifesta principalmente in due modi:
- Il sovraccarico di attività a discapito dello spirito. Se riempiamo le agende dei nostri figli di impegni scolastici, sportivi e sociali che non lasciano alcuno spazio alla vita spirituale, è evidente che non li stiamo amando secondo il mandato di Dio, che ci chiede di “inculcare la parola nel fanciullo” (Pr 22:6). Un amore del genere cessa di essere sano e diventa dannoso. Spesso, dietro questa corsa al successo sociale, si nasconde il desiderio inconscio del genitore di dare al figlio ciò che lui non ha mai avuto, o la brama vana di vederlo eccellere in dinamiche che non hanno nulla a che fare con le priorità del regno.
- Il “giustificazionismo” e la cecità davanti al peccato. L’altro grande sintomo di questa idolatria è la tendenza a giustificare sempre e comunque i propri figli, responsabilizzando gli altri e mai loro. Quando un genitore pronuncia frasi come “mia figlia non dice bugie” o “mio figlio non farebbe mai una cosa simile”, dimostra di aver smarrito la lucidità del giudizio. Chiunque di noi è stato adolescente sa che in quella stagione si dicono bugie, si assumono atteggiamenti sbagliati, si manipola il più debole e si cade in molti errori. Riconoscerlo nei nostri figli non significa considerarli dei “mostri”, ma accettare la loro reale fragilità umana e la loro natura peccaminosa. Se li giustifichiamo sempre, impediamo loro di fare l’esperienza più importante: riconoscere il proprio peccato, confessarlo a Dio e chiedere perdono.
I genitori dovrebbero camminare fianco a fianco con le guide spirituali nell’educazione morale dei ragazzi. Troppo spesso, invece, assistiamo a un ribaltamento dei ruoli: i genitori si trasformano negli “avvocati difensori” dei figli e nei “giudici severi” delle guide. Questo problema, purtroppo, non si limita alla comunità, ma dilaga nelle scuole e in ogni altro ambito educativo. Sempre più spesso gli insegnanti vengono delegittimati, criticati o persino aggrediti da genitori disposti a tutto pur di proteggere l’ego dei figli. Se il ragazzo prende un brutto voto, la colpa è del docente; se una guida o un educatore segnalano un comportamento scorretto, il genitore avvia un “processo alla verità” in cui la credibilità di un adulto maturo viene messa sullo stesso piano delle dichiarazioni di un adolescente. Il risultato di questa protezione idolatrica è drammatico: stiamo strutturando individui irresponsabili, incapaci di accettare il fallimento e totalmente refrattari a qualsiasi forma di autorità.
Cosa si potrebbe fare di pratico come guide per stimolare questa appartenenza?
Per una “guida” (responsabili dei gruppi giovani, conduttori), stimolare l’appartenenza non è una questione di marketing o di tecniche di animazione, ma di visione pastorale.
Ogni strategia ha valore solo se poggia su un fondamento imprescindibile: la guida deve essere una persona spiritualmente consacrata, che prega, che vive con coerenza ciò che predica e che cura il gregge con amore. I giovani non seguono i programmi, seguono le persone autentiche. C’è poi un aspetto fondamentale che riguarda la cura pastorale individuale: un leader deve amare il gruppo amando prima di tutto i singoli individui. Non dobbiamo amare il gruppo solo come “categoria” o come ministero affidatoci.
Per fare un parallelismo, non possiamo comportarci come i tifosi di una squadra di calcio, che amano la maglia a prescindere da chi la indossi. Se amiamo solo il “ministero giovanile” in astratto, rischiamo di amare il compito e il gregge in quanto massa, perdendo di vista le persone. Dobbiamo invece amare i singoli ragazzi che il Signore ci ha affidato, investendo nella preghiera costante per ciascuno di loro e nella cura delle loro anime.
Fissato questo fondamento, le guide possono muoversi concretamente lungo tre linee d’azione:
- Definire chiaramente l’identità. La Chiesa non è un’agenzia di intrattenimento. L’errore oggi più comune è pensare che, per attirare i ragazzi, la comunità debba trasformarsi nella copia sbiadita dei luoghi di svago del mondo, offrendo solo divertimento (seppur sano). Spesso sono gli stessi genitori a spingere in questa direzione, chiedendo attività sempre più “attraenti”. Ma il ruolo della Chiesa non è far divertire i giovani, è insegnare loro a vivere il regno di Dio. Sul terreno del puro intrattenimento il mondo avrà sempre la meglio; i giovani cercano in chiesa verità, relazioni autentiche e uno scopo eterno. Il divertimento deve essere la conseguenza naturale dello stare insieme, non il fine ultimo.
- Investire risorse concrete. Per creare un gruppo forte serve un investimento reale in termini di spazi, tempo e finanze. Le guide e le riunioni di chiesa devono favorire occasioni di comunione profonda (campi, ritiri, gite, progetti di servizio pratico) e mettere a disposizione risorse economiche e logistiche idonee. Più i giovani passano del tempo insieme fuori dal formale locale di culto, più si cementano i legami che generano appartenenza.
- Ricercare l’equilibrio tra santità e flessibilità. Questo è il compito più delicato per una guida. Dobbiamo offrire un forte input spirituale, nutrito dalla parola e dalla preghiera, evitando però la rigidità strutturale. Spesso nelle comunità si tendono a imporre regole, tradizioni e sensibilità tarate esclusivamente sulle esigenze delle generazioni più anziane. Questo rischia di soffocare i ragazzi con pesi che Cristo non richiede. Dobbiamo saper creare un ambiente santo ma fresco, dove i giovani abbiano la libertà di esprimersi, di fare domande, di sbagliare e di vivere la loro età senza la paura di un giudizio legalista.
In sintesi, le guide stimolano l’appartenenza quando smettono di considerare i ragazzi come “la chiesa di domani” e iniziano a trattarli come la chiesa di oggi, offrendo loro un modello di vita coerente e proteggendo uno spazio dove la santità non è sinonimo di noia o di gabbia, ma di vita abbondante.



